Alessandro Schiasselloni
Medical Coach® · Mental Coach · Chinesiologo Tecnico Sportivo · Educatore Posturale
C’è una frase che ascolto da anni, quasi ogni giorno, dalle persone che incontro in studio: «Alessandro, non ho tempo». Non ho tempo per gli esercizi, per fermarmi un momento, per dedicarmi quei dieci minuti che potrebbero aiutarmi a stare meglio. Eppure il tempo, quando il dolore diventa insopportabile o un problema ci costringe a interrompere tutto, improvvisamente bisogna trovarlo.
È da qui che voglio partire. Non per giudicare chi ha giornate difficili, un lavoro pesante o una famiglia da seguire, ma per affrontare una domanda che considero centrale nel mio lavoro: perché aspettiamo così spesso di stare veramente male prima di cambiare qualcosa?
Il dolore che sentiamo. E la domanda che dovremmo farci.
Una persona entra in studio e mi racconta di una cervicalgia, di una schiena che si blocca, di un dolore al ginocchio, di tensioni nella zona del piriforme. Mi indica il punto preciso: «È qui che ho male». Naturalmente quel dolore va ascoltato e, quando serve, valutato da un medico. Però per me il lavoro di osservazione non finisce lì.
La domanda che mi accompagna da tanti anni è semplice: perché? Perché proprio lì? Da quanto tempo? È comparso dopo un trauma, un sovraccarico o un evento preciso? Oppure siamo davanti a un disturbo che si è costruito lentamente, mentre la persona continuava a lavorare, muoversi e adattarsi senza rendersene conto?
Il corpo è capace di grandi adattamenti. Se una zona è dolorosa, possiamo iniziare a distribuire diversamente i carichi, cambiare appoggio, evitare un movimento. A volte è una risposta utile, persino necessaria. Ma se diventa il nostro modo abituale di muoverci, può concorrere ad altri sovraccarichi. Ho male alla schiena e senza accorgermene carico di più sulla gamba destra; dopo qualche tempo compare un fastidio al ginocchio. Quel ginocchio ha un problema proprio oppure risente anche del nuovo modo di camminare?
Non possiamo saperlo guardando soltanto dove fa male. Una compensazione è un’ipotesi da verificare, non una diagnosi. E non tutto dipende dalla postura: dolore, carichi, sonno, stato emotivo, patologie e molti altri fattori possono intrecciarsi. Per questo occorre osservare la persona senza cercare una spiegazione uguale per tutti.
Il corpo si adatta, ma non può essere una promessa infinita.
A volte utilizzo un paragone tra ciò che è elastico, capace di tornare alla forma iniziale, e ciò che ha subito una modificazione più stabile. È soltanto un’immagine: il corpo umano non è un pezzo di plastica, è un sistema vivo che si adatta e si rinnova. Tuttavia alcuni disturbi migliorano rapidamente, altri richiedono tempi più lunghi e, in presenza di cambiamenti strutturali o malattie, certe limitazioni possono non essere completamente reversibili.
Questo dovrebbe farci riflettere. Non possiamo chiedere al nostro corpo di adattarsi all’infinito, continuando a ignorare ciò che ci sta comunicando. Il dolore non indica sempre un danno e non misura automaticamente la gravità di un problema; resta però un’esperienza reale, un segnale da interpretare con attenzione, soprattutto quando persiste, peggiora o interferisce con la nostra vita.
Penso a un muratore, a una persona che solleva pesi e lavora tutto il giorno. «Io non posso fermarmi, devo andare a lavorare». Lo capisco. Il lavoro non è un passatempo da eliminare con una frase. Ma allora proviamo a cercare ciò che è davvero modificabile: un gesto meno gravoso, una diversa organizzazione del carico, qualche pausa possibile, un programma di esercizi appropriato, il recupero alla sera. Non sempre si può fare tutto. Ma il fatto di non poter cambiare tutto non significa che non possiamo cambiare niente.
Il mio metodo non è una bacchetta magica.
Quando una persona viene da me, cerco di considerare insieme movimento, postura, respirazione, abitudini e il modo in cui affronta la propria quotidianità. Come Chinesiologo Tecnico Sportivo posso osservare schemi motori, controllo del movimento, mobilità e possibili sovraccarichi; attraverso il coaching lavoro sulla consapevolezza, sulle scelte e sulla costruzione di comportamenti sostenibili. Le tecniche manuali, riflesse o di educazione corporea possono avere un ruolo di supporto, quando appropriate e nel rispetto delle rispettive competenze.
Ma non tutto si risolve nel mio ambito. Se occorre una diagnosi, una prescrizione, un trattamento sanitario o un percorso riabilitativo, è necessario il professionista abilitato. Anche la collaborazione con mio figlio, il dottor Luca, nasce da questa idea: competenze diverse che possono lavorare in sinergia, senza confondere i ruoli. A seconda della situazione, la parte medica e quella educativa possono sostenersi reciprocamente.
Il punto, però, è un altro. Posso dedicare alla persona una seduta, proporre un percorso e indicare, nei limiti del mio ruolo e quando appropriato, esercizi o piccole modifiche della routine. Il medico può intervenire sui problemi di sua competenza. Ma ciò che viene costruito in studio deve trovare un posto anche fuori dallo studio. Altrimenti rischiamo di lavorare insieme per un’ora e poi lasciare che tutto il resto della settimana scorra esattamente come prima.
«Non ho tempo». Ma per cosa lo troviamo?
Qui incontro la difficoltà più grande. La persona vorrebbe stare meglio, però non riesce a inserire nella giornata dieci minuti di movimento concordato, una pausa, un momento di respirazione o un cambiamento nei gesti abituali. Nel frattempo il telefono si guarda, i messaggi si leggono, la giornata si riempie di cose urgenti e di abitudini che nessuno ha realmente scelto.
Non tutto ciò che ci piace fare è inutile. Anche il riposo, una lettura, il tempo con gli amici o una serata tranquilla sono importanti. Ma vale la pena domandarsi: quali attività occupano la mia giornata perché sono davvero necessarie e quali continuano soltanto perché sono diventate automatiche?
Propongo un esercizio semplicissimo: per un giorno osserva il tuo tempo, magari con un timer o un foglio. Non per controllarti ossessivamente, ma per vedere. Quanti minuti passano in gesti che non avevi deciso? Dove potresti recuperare uno spazio piccolo, vero, sostenibile?
È qui che entra il principio 20/80 del mio metodo. Non si tratta di una formula matematica applicabile alla salute: è un criterio per cercare poche leve importanti invece di disperdere energie in cento cambiamenti impossibili. Qual è quel piccolo gesto che, ripetuto nella tua vita reale, può avere un valore maggiore di tanti buoni propositi dimenticati?
Scrivilo su un foglio: devo volermi bene. Veramente.
Vorrei chiederti una cosa concreta. Prendi un foglio, una penna e scrivi bene in grande, in modo che tu possa leggerlo anche domani:
DEVO VOLERMI BENE. VERAMENTE.
@TheShadow
Non quando avrò finito ogni impegno. Non soltanto quando un dolore mi impedirà di alzarmi dal letto. E nemmeno a condizione di diventare perfetto. Volermi bene significa iniziare a considerare la mia salute una parte della giornata, non l’ultima cosa che resta se avanza tempo.
Poi scrivi sotto una seconda domanda: «Quale cosa posso togliere, ridurre o spostare per fare spazio a un’abitudine che mi aiuta?» Una sola, non venti. Perché scegliere un cambiamento possibile è già diverso dal raccontarsi che un giorno, quando tutto sarà più tranquillo, cominceremo.
L’ho imparato anche sulla mia pelle.
Dopo il mio infortunio alla mano e l’intervento chirurgico, aspettavo da mesi il momento di poterla usare di nuovo. Quando ho ripreso ad aumentare le attività mi sono accorto che, in alcune situazioni, i disturbi aumentavano. Avevo voglia di recuperare rapidamente, di tornare a fare ciò che per me era normale. E invece ho dovuto ridimensionare i carichi, rispettare i limiti del momento e seguire i tempi di recupero indicati dai professionisti che mi seguono.
Non è piacevole sentirsi dire, o dirsi, che bisogna rallentare. Però avere fretta di stare bene non equivale a recuperare prima. Alcune situazioni richiedono gradualità, altre riposo, altre movimento guidato, altre ancora un trattamento specifico. La pazienza non è rassegnazione: è la capacità di non compromettere ciò che stiamo cercando di ricostruire.
È un tema che attraversa anche il mio libro Quando la normalità diventa un’eccezione. Il recupero mette alla prova le nostre abitudini, perché ci obbliga a modificare gesti che prima facevamo senza pensarci.
Vuoi cambiare tanto? Comincia dal poco.
Quando ho scritto Le Ancore delle Abitudini, ho voluto affrontare proprio questo: perché continuiamo a ripetere comportamenti che non ci aiutano, anche quando sappiamo che dovremmo fare diversamente? La risposta non sta semplicemente nella mancanza di volontà. Un’abitudine nasce da segnali, contesto, ripetizioni e benefici immediati; cambiarla richiede di rendere possibile una strada nuova, non soltanto di proibire quella vecchia.
Nel libro parlo del primo centimetro, del comportamento minimo e del Metodo ROTTA: osservare ciò che innesca una risposta, organizzare il contesto, trovare un’alternativa praticabile, rendere piccolo il primo passo e riconoscere ciò che funziona. Non è un invito a fare sempre di più. È un modo per costruire un cambiamento che possa entrare nella vita vera, anche quando la giornata è storta.
Vuoi cambiare tanto? Comincia dal poco.
Ma il poco fallo diventare un’abitudine.@TheShadow
Il piccolo gesto non deve essere una scusa per rimandare il percorso necessario. Deve essere un inizio credibile. E in materia di esercizio fisico va sempre adattato alle condizioni della persona: ci sono giorni in cui il minimo è un esercizio leggero e giorni in cui la scelta corretta è recuperare o chiedere una valutazione.
Cinque consigli semplici per cominciare.
1. Osserva prima di correggere. Per un giorno nota quando compare l’abitudine che vuoi cambiare. Dopo il lavoro? Appena ti svegli? Quando sei stanco o sotto pressione? Non giudicarti: cerca di riconoscere il momento in cui parte il gesto automatico.
2. Scegli un passo minimo, ma reale. Non scrivere «devo rimettermi in forma». Scrivi un comportamento verificabile: per esempio «dedico cinque minuti alla routine che mi è stata indicata», quando appropriata. Il minimo deve essere abbastanza piccolo da poterlo fare, ma abbastanza concreto da contare.
3. Decidi in anticipo quando farlo. Collega il nuovo gesto a qualcosa che accade già: «Quando torno a casa dal lavoro, prima di accendere il telefono, preparo lo spazio per i miei esercizi». Il programma “se-allora” evita di dover reinventare ogni giorno la stessa decisione.
4. Prepara l’ambiente. Metti a portata ciò che serve, elimina un passaggio inutile, usa un unico promemoria se ti aiuta. Se iniziare richiede ogni volta dieci decisioni, anche la migliore intenzione diventa faticosa.
5. Quando interrompi, riprendi. Non aspettare il lunedì successivo e non cercare di recuperare tutto in una volta. Torna alla prima occasione adatta, anche con la versione minima. Se invece hai dolore significativo, sei malato o hai bisogno di riposo, il recupero viene prima della routine.
Sono idee piccole, tratte dai principi raccontati in Le Ancore delle Abitudini. Non sono una terapia e non sostituiscono un percorso individuale. Servono ad aprire una porta: passare dal «dovrei» al «oggi posso fare questo».
Stare bene non può restare una teoria.
Questo articolo nasce da quello che vedo ogni giorno e da una difficoltà che conosco da tanti anni. Non sempre è semplice aiutare una persona a comprendere che il percorso migliore non è necessariamente quello che fa sparire più in fretta una sensazione spiacevole. Talvolta è quello che ci porta a conoscere meglio il problema, a scegliere gli aiuti giusti e a modificare ciò che possiamo modificare senza pretendere soluzioni magiche.
Io posso accompagnarti. I professionisti sanitari possono intervenire quando necessario. Ma le tue abitudini quotidiane restano una parte del percorso che nessuno può vivere al posto tuo. Non significa che tu sia responsabile della malattia o del dolore che provi: significa riconoscere la quota di scelta che, nelle condizioni reali della tua vita, puoi ancora esercitare.
Vorrei che alla fine di questa lettura ti restasse qualcosa di semplice. Non una promessa di guarigione e nemmeno un programma impossibile da mantenere. Un foglio con una frase scritta grande, e sotto un gesto piccolo che hai deciso di provare.
Perché stare bene non dovrebbe diventare importante soltanto quando siamo costretti a fermarci. Deve cominciare a trovare spazio anche nei giorni normali, quelli in cui abbiamo mille cose da fare e ci convinciamo che proprio oggi non possiamo occuparci di noi.
Comincia dal poco. E lascia che quel poco, un giorno dopo l’altro, diventi una nuova abitudine.
Alessandro Schiasselloni · @TheShadow
PER APPROFONDIRE | I LIBRI
Cinque letture che approfondiscono, da angolazioni diverse, il rapporto fra abitudini, corpo, scelte e consapevolezza. Non sono necessarie per iniziare: sono strumenti a disposizione di chi desidera andare oltre questo articolo.
LE ANCORE DELLE ABITUDINI
Perché ripetiamo ciò che non vogliamo e come trasformare ciò che vogliamo in abitudine. Il libro guida per imparare a riconoscere gli automatismi, costruire un comportamento minimo e scegliere una nuova ROTTA.
Il primo passo non deve essere perfetto. Deve poter cominciare.

Quando la normalità diventa un’eccezione — Il recupero, la pazienza e la capacità di accettare tempi diversi da quelli che vorremmo.

Quando la mente mente — Pensieri e automatismi che possono condizionare il modo in cui interpretiamo noi stessi e le nostre scelte.

2 Respiri per la Vita — Respirazione e consapevolezza come strumenti di ascolto e presenza nella vita quotidiana.

La Regola dei Primi 3 Secondi — Imparare a riconoscere un segnale, osservarlo e verificare prima di trasformarlo in una decisione.
Tutti i titoli sono di Alessandro Schiasselloni · @TheShadow. Approfondimenti e anteprime: www.amazon.com/author/theshadow
Nota professionale. Articolo divulgativo e di educazione al benessere. Non sostituisce valutazioni mediche, diagnosi, prescrizioni o trattamenti sanitari e riabilitativi.
