
Nel 2013 pubblicai una fotografia insieme a Matteo e Michele Franzoso. Scrissi che lo scopo di un allenatore è saper far sorridere i propri atleti, farli sognare e soprattutto farli divertire.
Parlavo di disciplina, motivazione e obiettivi, ma anche di una cosa che per me era già chiara: le medaglie non possono essere l’unico scopo di ciò che insegniamo.
Oggi rileggo quelle parole in modo diverso. Non perché sia cambiato il principio, ma perché la vita gli ha dato un peso che allora non avrei potuto immaginare.
Matteo, prima di tutto
Ho conosciuto Matteo quando era un ragazzo. Nel tempo l’ho visto crescere, cambiare e diventare atleta e uomo. Il nostro rapporto ha attraversato momenti diversi, ma quando penso a lui non penso prima a una classifica o a una gara.
Penso al ragazzo. Penso ai sorrisi. Penso alle conversazioni. Penso a quel foglio che tiene in mano in una delle nostre fotografie più recenti, nato da un lavoro fatto insieme.
È questa la parte che desidero conservare.

Perché ho sentito il bisogno di scrivere
Dopo la perdita di Matteo mi sono chiesto a lungo quale fosse il modo più rispettoso per trasformare il dolore e le domande in qualcosa che potesse essere utile.
Non volevo scrivere contro qualcuno. Non volevo ricostruire tecnicamente ciò che non mi compete ricostruire. E non volevo appropriarmi del dolore della sua famiglia.
Volevo provare a comprendere e, soprattutto, riportare al centro una convinzione che accompagna da sempre il mio lavoro: dietro una medaglia, un risultato, una classifica o una divisa c’è una persona.

Io ci sarò quando tutti se ne andranno
Il giorno del compleanno di Matteo ho scelto queste parole: «Io ci sarò quando tutti se ne andranno».
Le ho scelte pensando al tempo che viene dopo. Dopo le notizie, dopo i post, dopo le condivisioni, quando il silenzio torna a occupare lo spazio lasciato da chi non c’è più.
Essere presenti, per me, significa anche questo: continuare a ricordare senza trasformare il ricordo in spettacolo e continuare a interrogarsi senza trasformare le domande in sentenze.
La fiducia
Da questa esigenza è nato «La fiducia nel gioco è in gioco». Il titolo contiene la parola che più di tutte mi sembra descrivere il rapporto tra un giovane atleta e gli adulti che lo accompagnano.
Un ragazzo consegna fiducia. La sua famiglia consegna fiducia.
E chi lavora nello sport assume, insieme al proprio ruolo tecnico o professionale, una responsabilità umana.
Il libro prova a parlare di questo: sport, famiglia, allenatori, responsabilità, silenzi, sicurezza, sogni e cura. Non per offrire risposte definitive, ma per porre domande che non dovremmo smettere di farci.
Una frase che non considero pubblicità
Dopo la presentazione del libro, sul profilo di Matteo è comparsa una frase che mi ha colpito: «Tutte le famiglie di atleti dovrebbero leggere questo libro o forse anche tanti allenatori o forse anche molti dirigenti sportivi…».
La conservo con rispetto. Non voglio usarla come slogan. La considero piuttosto un segno del fatto che questa riflessione può andare oltre una singola storia.
Quello che resta
Tra la fotografia di quei ragazzi del 2013 e quella più recente con Matteo adulto sono trascorsi anni di sport e di vita.
Se dovessi trovare un filo che unisce tutto, sceglierei ancora la stessa parola: persona.
È da lì che sono partito allora. È da lì che cerco di partire oggi nel mio lavoro. Ed è da lì che nasce questo libro.
Io ci sono stato. Io ci sono. Io ci sarò.
Buon viaggio, Matteo. E grazie per quello che continui a insegnarci.